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Paywall e Futuro dell’Editoria

Con l’evoluzione dei media digitali negli ultimi anni il settore dell’editoria tradizionale è entrato in crisi e le società hanno dovuto cercare nuove soluzioni. Anche nell’ambito dei media digitali e dei giornali online è stato necessario un cambiamento di rotta per restare competitivi.

La soluzione che ha iniziato a diffondersi da qualche anno è quella del Paywall, ovvero un sistema di accesso a pagamento alle news online che prevede la sottoscrizione di un abbonamento per accedere ai contenuti in varie formule che includono anche l’accesso da tablet o smartphone.

Tra i maggiori media statunitensi questa strada è stata percorsa già da tempo. E’ il caso del New York Times e del Wall Street Journal, a cui di recente si sono aggiunti anche i britannici The Economist, The Telegraph e The Sun. E i media italiani? Anche da noi qualcosa sta cambiando. Quotidiani come La Repubblica hanno adottato un sistema simile, il cosiddetto Metered Paywall, che blocca la lettura dopo il ventesimo articolo consultato in un mese e a breve dovrebbe avvenire lo stesso anche per i quotidiani prestigiosi come quelli del gruppo RCS e altre testate, come Il Sole 24 Ore e La Stampa.

Invece il Fatto Quotidiano ha scelto una strada leggermente diversa, quella dei contenuti freemium, mantenendo gratuita la consultazione del giornale sul web, mentre chi si abbona può leggere anche tutti gli articoli dell’archivio cartaceo e avere diritto ad altri servizi riservati solo agli utenti premium. La strada dell’editoria sembra quindi segnata e il tempo delle news gratuite sul web sembra sfumare.

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Come Configurare Router Wifi per Connessione Internet

Fino a poco tempo fa l’unica cosa che si utilizzava per la connessione ad internet era un classico modem.

A partire dai vecchi 56K fino ad arrivare a quelli più moderni compatibili con la connessione ADSL, lo standard attuale di connessione ad internet.

I modem sono di facile installazione, la maggior parte sono di tipo USB, quindi non bisogna far altro che inserire il CD di installazione driver, collegare il modem, attendere il completamento dell’installazione, e dunque procedere all’inserimento dei dati relativi alla nostra connessione ad internet per poter subito navigare.

Il problema principale è che ad ogni sessione di internet è necessario avviare la connessione manualmente, ma soprattutto il problema di maggior rilievo è che in questo modo è possibile connettere alla rete un solo computer per volta. Chi invece ha la necessità di connettere più di un computer alla rete allora deve installare un router.

Il router non solo permette di avere una connessione sempre attiva, ma permette anche di collegare diversi computer in rete attraverso una LAN, (Local Area Network) cioè una rete internet locale, condivisa, cablata o Wireless.

Ovviamente per una LAN Wireless è necessario un router Wireless, ed una scheda di rete Wireless installata sui computer da cui ci si vuole connettere, sui portatili quest’ultima è oramai quasi sempre presente.

Il problema principale dei router è che bisogna, inizialmente, configurarli, questi possono essere configurati accedendo, via rete, alla pagina html di configurazione accessibile all’indirizzo IP di default, impostata su tutti i router.

Ogni router ha un proprio indirizzo, questo in genere corrisponde all’indirizzo 192.168.0.1, oppure 192.168.1.1, ovviamente prima di procedere dovete rintracciare tale indirizzo che può essere esposto nel manuale del vostro router, oppure su un’etichetta posta sulla parte sottostante del router stesso. Oltre all’indirizzo recuperate anche la login e password impostati di default, generalmente esposti proprio accanto l’indirizzo.

Adesso siamo pronti per configurare il tutto, colleghiamo il router alla presa elettrica, colleghiamo il cavo telefonico ed eventualmente i cavi di rete.

Da uno dei computer connessi al router, sia in modalità Wireless che cablata, apriamo il browser e digitiamo sulla barra indirizzi l’indirizzo del router, quindi avviamo il caricamento della pagina.

A questo punto, se tutto ha funzionato, si aprirà una pagina in cui ci viene chiesto di immettere i dati di login, inseriamo quelli di default e proseguiamo.

Adesso siamo nella pagina di configurazione del router. Tale pagina, e la disposizione delle opzioni, variano da router a router, quindi non stupitevi se quello che trovate non corrispondono, è normale, a meno che non stiate utilizzando il nostro stesso router o uno della stessa marca (Netgear DGN2000).

In genere la prima opzione ci permette di utilizzare una veloce configurazione guidata da cui è possibile settare la lingua del router, rilevare il tipo di connessione, ed inserire i dati di accesso ISP necessari per il collegamento ad internet.

Se la configurazione guidata non è presente allora bisogna settare i parametri manualmente, per far ciò basta entrare nelle impostazioni di base, qui possiamo settare il tipo di incapsulamento (PPPoE, PPPoA) entrambi hanno pregi e difetti, ma alla fine dei conti sono entrambi funzionali quindi settate quello che preferite, con PPPoA si sfrutta a pieno lo standard 1500 byte MTU, contro i 1492 byte MTU di PPPoE, ma la differenza è veramente impercettibile.

Sulle impostazioni di base è possibile anche settare il nome utente e password ISP per l’accesso ad internet.

A questo punto non rimane altro da fare che impostare i parametri ADSL scegliendo come metodo di multiplazione “LLC” ed impostando 8 e 35 rispettivamente ai parametri VPI e VCI.

Se il vostro router prevede un riavvio eseguitelo, se avete fatto tutto correttamente adesso dovreste essere in grado di navigare in rete.

Ora che potete navigare in rete potete connettere tutti i vostri portatili tramite connessione Wireless, per farlo basta cliccare sull’icona della connessione di rete presente nella tray icon, accanto l’orologio, selezionare la propria connessione di rete wireless dall’elenco visualizzato, e dunque attendere che il collegamento venga stabilito.

Ma un momento, come riusciamo a collegarci noi al nostro router senza alcuna difficoltà, anche chiunque altro, nel raggio d’azione wireless, riuscirà a connettersi a “sbafo“!

Per ovviare a questo problema è necessario impostare una chiave di protezione Wireless, in modo che il nostro router consenta l’accesso solo a chi conosce ed immette la relativa password impostata, per sapere come fare date un’occhiata al nostro articolo come proteggere una rete Wireless

Per finire dobbiamo necessariamente avvertirvi di una cosa molto importante, non tutti i router permettono una connessione diretta ad internet, semplicemente perché non tutti i router hanno un modem integrato, cioè non tutti sono modem router wifi. Questi ovviamente hanno un prezzo maggiore, e sulla scatola riportano espressamente la dicitura “ADSL 2+ modem router” se è solo presente la dicitura “router” il router in questione funziona solo da “access point”, cioè è necessario collegare un modem esterno, in modo tale da riuscire a condividere una singola connessione con più computer proprio grazie all’access point. Occhio a cosa acquistate!

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Diffusione del Videosharing Online

Uno degli aspetti che ha modificato maggiormente la nostra cultura negli ultimi anni è il video sharing. Affermatosi inizialmente come strumento di svago, nel giro di poco tempo è diventato uno modo per condividere informazioni, capace di influenzare la cultura e le abitudini di vita più di quanto ci rendiamo conto. Esemplare in questo senso è la vicenda di Youtube, ormai leader indiscusso fra le piattaforme del settore. Fondato nel 2005 da tre ex dipendenti di Paypal e partito con un video ludico di 19 secondi girato allo zoo di San Diego, nel giro di pochi mesi si afferma come uno dei siti più popolari e più visitati sul web, fino ad essere notato da Google, che lo acquista dopo circa un anno e ne fa uno dei propri fiori all’occhiello.

L’idea su cui avevano scommesso i fondatori, cioè creare uno spazio per permettere di condividere contenuti video, si rivela vincente perchè agli utenti piace poter condividere i propri contenuti e visualizzare quelli di altri utenti. Come in altre formule social, grazie all’idea della condivisione, gli utenti non sono più semplici spettatori, ma diventano i protagonisti. Non a caso il motto del sito è: “Broadcast Yourself”. Il successo è tale che ad oggi il sito è stato tradotto in 61 lingue e localizzato per 56 paesi. L’impatto è notevole, sia sulle abitudini dei navigatori internet, che in campo culturale. Organi di informazione e media company ne scoprono l’importanza per fare informazione, gruppi musicali lo utilizzano per farsi conoscere dal pubblico, perfino formazioni politiche lo sfruttano per pubblicizzare le proprie idee e fare campagna politica. E trattandosi di uno strumento democratico perchè gratuito, la piattaforma diventa lo strumento privilegiato per chi cerca un modo per farsi conoscere senza grandi investimenti pubblicitari, come artisti emergenti o attivisti degli schieramenti più vari.

Grazie all’immediatezza della comunicazione video e alla diffusione di smartphone dotati di videocamera, tutti ormai sono in grado di produrre video e il video sharing si rivela uno strumento incredibile per trasmettere notizie in tempo reale e denunciare soprusi in occasione di proteste politiche o rivolte civili, tanto che in alcuni paesi, come l’Iran o la Birmania, viene bloccato l’accesso al sito dallo stato. Le grandi case di produzione discografica e cinematografica denunciano violazioni di copyright, a seguito della condivisione di contenuti protetti, ma poi ne intuiscono il potenziale e imparano a sfruttarlo per aumentare la propria visibilità. Secondo le statistiche di qualche anno fa, il 42% del traffico internet ormai passa da Youtube e i guadagni legati alla pubblicità sul sito sono astronomici.

In base alle ultime previsioni inoltre sembra che la diffusione del video sharing sia destinata a crescere ancora nei prossimi anni e c’è da scommettere che Youtube (e Google) stabiliranno il trend anche in futuro.

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Impatto del Mobile sulla Quotidianià

Il fenomeno più evidente degli ultimi anni nel campo dell’IT e delle telecomuncazioni è la diffusione dei device mobili. Dalle ultime ricerche emerge che al momento ci sono più telefonini che persone e il numero di possessori di smartphone, attualmente attorno al 50%, è in continua crescita.

Viene spontaneo chiedersi quali sono le motivazioni della diffusione a cui abbiamo assistito. Alcune sono evidenti: comodità di disporre di un mezzo di comunicazione portatile, anche in zone dove la telefonia fissa stenta a diffondersi, come nei paesi in via di sviluppo, costi sempre più bassi dei dispositivi a seguito della diffusione sul mercato, tecnologie sempre più evolute che consentono di effettuare operazioni prima possibili solo da un computer, come la navigazione su internet, gli acquisti online o l’utilizzo di applicazioni per le funzioni più varie e così via. Ma altre ragioni sono forse meno evidenti. Per comprenderle basta riflettere su una delle scene a cui ormai capita di assistere sempre più spesso, sui mezzi di trasporto, alle conferenze o in mille altre occasioni, cioè l’utente che quasi senza rendersene conto tira fuori e consulta ripetutamente il proprio smartphone mentre è in attesa di qualcosa o sta svolgendo altre attività, ogni qual volta si presenti un gap time.

Lo smartphone è stato definito come “il dispositivo anti-noia più perfetto mai creato finora”, mettendo in luce come gli utenti lo sfruttino soprattutto come scappatoia dalla noia nei momenti di attesa o in cui si svolgono attività poco coinvolgenti. Una conferma di questo fatto si nota è che, per la maggior parte dei suoi possessori, questi dispositivi sono talmente preziosi da non separarsene mai, l’ultima cosa che si mette da parte prima di andare a letto e la prima che si prende in mano la mattina, diventando una specie di estensione del proprio corpo, il device personale per definizione. Una caratteristica compresa perfettamente dai produttori che ne creano modelli sempre più accattivanti con funzioni innovative che solleticano la nostra curiosità e anche dai vari internet player che hanno interesse ad assecondare le nostre abitudini di surfare da un link all’altro, da un’applicazione all’altra per raccogliere il maggior numero di dati possibili su di noi. Tutto questo però come fatto notare da vari studiosi, ha un prezzo. Fra questi la capacità di concentrazione che si riduce sempre di più per via dell’abitudine al multitasking, la crescente incapacità di sopportare anche i più brevi momenti di attesa e con essa la minore creatività.

Nicholas Carr, uno scrittore statunitense esperto di tecnologia, in un articolo pubblicato nel 2008 sul The Atlantic è arrivato al punto di chiedersi: “Internet ci sta rendendo stupidi?”. Forse non è proprio così, soprattutto se consideriamo i vantaggi che ci sono stati forniti dai nostri device, ma sicuramente hanno modificato profondamente le nostre abitudini di vita e la nostra struttura mentale. Viene da chiedersi quale sia la direzione da seguire.

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Cosa Sono i Metadati

Le notizie degli ultimi mesi hanno portato all’attenzione del grande pubblico un concetto finora conosciuto solo agli addetti ai lavori, quello di Metadati.

Lo scandalo sul programma di sorveglianza di massa della NSA venuto alla luce dopo le rivelazioni di Edward Snowden e pubblicato dal The Guardian, ribattezzato dalla stampa italiana “caso Datagate”, ha portato alla scoperta della raccolta segreta da parte della National Security Agency di dati riguardanti le comunicazioni dei cittadini degli Stati Uniti e di altri paesi europei e non. Tralasciando le conseguenze sulla (mancanza di) privacy per i cittadini, l’aspetto più interessante è che le informazioni raccolte dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana erano i metadati relativi alle comunicazioni. Ma cosa significa concretamente? Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro e stabilire cosa sono i Metadati. Come alcuni sanno già, i Metadati sono dati che descrivono altri dati in un determinato contesto e possono essere utilizzati per vari scopi.

I Metadati di tipo strutturale descrivono la struttura dei documenti e le relazioni tra le parti, i Metadati descrittivi servono per l’identificazione e l’individuazione degli oggetti digitali, mentre i Metadati Amministrativi e gestionali sono usati per la gestione degli archivi digitali. Per fare un esempio classico nel suo genere, all’interno del catalogo di una biblioteca, la scheda di un libro contiene vari metadati: autore, titolo, editore, anno di pubblicazione, collocazione del libro e così via. Lo stesso concetto si applica ad altre risorse, come comunicazioni telefoniche, via mail e così via. Ad esempio nel caso di una comunicazione telefonica, ad essere coinvolte sono varie informazioni: il numero del chiamante, la sua posizione geografica e la cella a cui si è collegato il telefono, il suo gestore, il numero chiamato, data e ora, eventuali spostamenti nel corso della chiamata e altro. Insomma, quasi tutto tranne il contenuto della chiamata. Un pò di tempo fa è stato pubblicato su Nature un articolo che analizza in modo più dettagliato quali dati è possibile recuperare tramite i metadati delle conversazioni telefoniche.

Si tratta di dettagli di minore importanza e la privacy degli utenti si può considerare salva come sostengono alcuni? Non è esattamente così. Dall’elaborazione di questi dati e dalla loro intersezione con altri dati si possono dedurre moltissime informazioni. Per esempio se qualcuno chiama spesso un numero per il supporto contro l’alcoolismo o la violenza domestica, si può desumere l’esistenza di una dipendenza o una situazione di abuso, così come se lo stesso utente chiama spesso lo stesso numero nel cuore della notte si può ipotizzare una relazione, magari extraconiugale. Dai dati del GPS incorporato nel telefono inoltre si possono tracciare tutti gli spostamenti del soggetto, in ogni momento del giorno o della notte. Incrociando tutti i dati a disposizione su un unico utente con quelli degli altri utenti con cui è in contatto, i dati si moltiplicano e si completano.

I motivi per preoccuparsi per la propria privacy quindi non mancano. Per chi volesse avere un’idea anche se in scala ridotta, dei dati accessibili su di noi, può consultare Immersion, un’applicazione web sviluppata dal MIT di Boston.